25 anni dalla caduta del Muro:
Matthias Hoch, da Lipsia alla conquista del mondo

Lunedì, 10 Novembre 2014, di lupo
categoria: arte ddr fotografia interviste personaggi storia

La Hochschule für Grafik und Buchkunst di Lipsia, abbreviata comunemente in HGB, è una delle scuole d’arte più antiche e prestigiose di Germania; tra i suoi allievi più celebri pittori come Neo Rauch o video artisti come Clemens von Wedemeyer. Tra i fotografi spicca il nome di Matthias Hoch, nato nel 1958 a Radebeul, un piccolo paesino sassone. Vive a Lipsia, dove ha studiato, ma dopo la caduta del Muro ha viaggiato e fotografato in tutta Europa.
Art, rivista del settore, descrive la sua produzione in un modo che trovo particolarmente azzeccato: le sue fotografie sono commenti sintetici e disorientanti dell’urbanità contemporanea.
Noi invece ci siamo interessati ai suoi ricordi della Germania Est e alle sue riflessioni su cosa è cambiato dopo il 9 novembre 1989.
Potete ammirare le sue immagini nel sito ufficiale; per noi ha selezionato una serie di fotografie che accompagnano perfettamente il suo racconto.


Negli anni ‘80 eri a Lipsia per studiare alla leggendaria HGB, che atmosfera si respirava?
Studiare alla HGB era il mio sogno: era l’unica scuola d’arte della Germania Est dove si insegnasse fotografia. Nel 1983, al terzo tentativo potei iscrivermi all’esame di ammissione e fui accettato; ero entusiasta. Ho studiato con pittori, grafici e designer di libri, l’atmosfera era eccitante e incredibilmente aperta, la scuola era un’isola.

E qui sviluppi i tuoi primi progetti fotografici?
Fotograficamente iniziai ad interessarmi agli spazi in cui mi muovevo ogni giorno. Le stazioni erano esemplari in questo senso. Mi stuzzicava mostrare l’estetica del quotidiano. Poter trattenere qualcosa del qui e ora. Così nel biennio 87/88 mi misi a viaggiare la DDR in lungo e in largo per fotografarne le stazioni. Non fu esattamente facile: dovetti richiedere un permesso al Ministero dei Trasporti che mi costò non poca fatica burocratica e per cui si rivelò fondamentale il sostegno della HGB. Quando finalmente ricevetti il permesso dovetti sottoscrivere varie clausole: una di esse diceva che non avrei mai potuto pubblicare nulla. Una condizione che accettai a fatica, fatto sta che poco dopo aver terminato il lavoro il Ministero non esisteva più, e nemmeno la DDR.
Insomma andò tutto per il meglio…

Non era facile fare il fotografo nella DDR.
Il campo di lavoro era incredibilmente limitato: fare fotogiornalismo controllati dallo Stato per me era fuori discussione, la pubblicità non aveva alcun senso e non esisteva un mercato dell’arte.
Stavo ancora studiando e solo dopo mi sarei preoccupato di come sarei riuscito a guadagnarmi da vivere. Per prima cosa volevo cambiare il mondo.

E quindi quando cominciarono le manifestazioni del lunedì a Lipsia tu c’eri?
Sì, assolutamente, non vedevo l’ora. Dopo anni di calma piatta finalmente stava succedendo qualcosa: era fantastico. Noi eravamo un piccolo gruppo di fotografi cresciuti nel giro della HGB, il lunedì andavamo alle manifestazioni e scattavamo le foto, martedì le sviluppavamo e mercoledì le allestivamo in centro a Lipsia, nella vetrina messa a disposizione da una libreria. Così tutti potevano vedere cosa fosse successo il lunedì precedente. Era una cosa importante, la stampa ufficiale passava sotto assoluto silenzio le manifestazioni. Le nostre immagini servivano a dare coraggio a quelli che ancora tentennavano.

E arriviamo a novembre.
Il 9 novembre ero a Lipsia. A sera inoltrata arriva un amico e comincia ad urlare: cosa fai lì seduto, il Muro è aperto! L’aveva sentito alla radio. Mezz’ora dopo eravamo in autostrada con la Trabant in direzione Berlino. Le autoradio non esistevano così ci eravamo portati dietro il radiolone da casa e ascoltavamo diverse stazione dell’Ovest. Era tutto così incredibile. Volevamo essere sicuri che non fosse uno scherzo crudele.
Arrivati all’indicazione per la Funkturm dovemmo farci coraggio per svoltare perché quella era un’uscita vietata per noi. Il doganiere ci chiese se saremmo mai tornati indietro. Naturalmente, abbiamo risposto, volevamo solo festeggiare.
Così arrivammo il 10 novembre a Berlino Ovest, e fummo salutati dagli spazzini: erano gli unici in giro a quell’ora. Quando passammo con la nostra Trabant si misero sull’attenti con i rastrelli e le scope e si misero ad applaudire e a battere sui bidoni dell’immondizia. Un bell’inizio.
Poi andammo diretti alla Porta di Brandeburgo, salimmo sul Muro e ballammo fino al sorgere del sole.

E dopo come cambiarono le cose?
La libertà era il grande premio. Potersi muovere liberamente, avere accesso a libri, film e musica. Finalmente non era più necessario chiedere il permesso per andare a Parigi: è la prima cosa che ho fatto.
Il ruolo del denaro cambiò subito. I soldi della DDR erano solo carta stampata, non avevano alcun significato. Anche ad averne avuti non ci potevi fare niente: nessun viaggio attorno al mondo, nessuna buona macchina fotografica, nessuna auto. Il denaro diventava importante, era l’unico mezzo per poter godere di quella libertà appena conquistata.
Nella DDR vivevo per 100 marchi in un grande appartamento in un palazzo antico, con il pavimento in legno e il balcone. Tuttavia di dieci appartamenti in quella casa ce n’erano solo due abitabili: gocciolava dal soffitto e i balconi erano inagibili. Avevamo il riscaldamento a stufa: utilizzavamo un carbone scadente e la cenere si depositava ovunque. Ora le case sono restaurate. Gli appartamenti caldi e asciutti, gli affitti sono un multiplo di prima ma, almeno a Lipsia, ancora abbordabili.
Da quando posso viaggiare liberamente ovunque mi piace vivere qui. Lipsia non è solo la mia base ma anche il mio rifugio.

E questo ha cambiato anche il tuo approccio alla fotografia?
Durante i miei anni da studente ho fatto due volte richiesta per un soggiorno all’estero, o come si diceva allora in un NSW (Nichtsozialistisches Wirschaftssystem: un sistema economico non socialista); le mie richieste non furono respinte, non le presero proprio in considerazione.
Invece poco dopo la caduta del Muro ricevetti una borsa di studio del DAAD (il più importante sistema di borse di studio nazionale tedesco per accademici e artisti) per l’università di Essen. Utilizzai questo tempo per esplorare la Germania Ovest, un paese a me totalmente sconosciuto. Viaggiai avendo come modello di riferimento Falso movimento, un film di Wim Wenders del 1975; partii dal bacino della Ruhr verso Colonia, Francoforte e Monaco per terminare il mio viaggio in cima al più alto monte tedesco: lo Zugspitze. Nasce da qui la mia serie Neue Heimat, nuova patria.

Poter finalmente viaggiare, lavorare ed esporre in altre nazioni è stata la fortuna più grande che la caduta del Muro mi ha concesso.
Sviluppai progetti a Parigi, a Bruxelles e nei Paesi Bassi. Mi proposero una residenza all’Accademia Tedesca Villa Massimo a Roma nel 2003: fu fantastico.
L’anno scorso sono stato tre mesi in Giappone per una residenza del Goethe-Institut Spero proprio di poter continuare sempre così…


Qui le altre interviste per il venticinquennale: Ulrich Wüst, un fotografo nella DDR, Andreas Ludwig, uno storico ad ovest Muro, e East Pride.

Foto: Matthias Hoch